Ciao, sono Paola! Se stai leggendo, sei come me: una studentessa che non si accontenta di studiare il mondo sui libri, ma ha deciso di sporcarsi le mani lavorando. È faticoso? Sì. Ti senti spesso in orbita tra due pianeti diversi? Decisamente. Ma oggi ti spiego perché questo ‘caos’ è la tua marcia in più.
Magari in questo momento sei in un bar, ma non per un aperitivo; o in un parco divertimenti, ma non per farti un giro sulle montagne russe. Sei lì, con la tua divisa indosso, a cercare di incastrare i turni tra una lezione e un seminario, chiedendoti: “Ma chi me lo fa fare? Vale davvero la pena rubare tempo al sonno e agli amici per un lavoro che non c’entra nulla con quello che studio?”.
Oggi voglio parlarti a cuore aperto, da “collega” di sogni e di fatiche, per capire insieme se quel lavoro durante l’università sia un peso morto o il tuo vero asso nella manica.
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La mia storia: Cinque anni tra libri e attrazioni

“Voglio dirti una cosa in modo sincero. Ho sempre dedicato parte del mio tempo al lavoro durante l’università, in particolare all’inizio facevo lavori stagionali in un parco divertimenti e ti dico la verità: non è stato per niente facile.
Mentre lavoravo, vedevo continuamente le storie dei miei amici: aperitivi al tramonto, giornate al mare, viaggi improvvisati. E io? A lavoro, ecco perchè ho iniziato a farmi mille domande: “Sto sbagliando tutto?”, “Perché loro riescono a godersi questi anni e io no?”, “Sto perdendo tempo?”.
Ero lì, sotto il sole di agosto, a gestire persone nervose, file infinite, ritmi pesanti e dentro avevo una sensazione strana: da un lato stavo facendo qualcosa, dall’altro mi sembrava di essere ferma. Insomma, mi sentivo quasi “indietro”, come se stessi vivendo un’università diversa, meno leggera, meno spensierata.
A ciò si aggiungeva un’altra difficoltà: far coincidere tutto. Lavoro, lezioni, studio, vita sociale; non si è mai trattato solo del lavoro durante l’università, bensì di organizzare le giornate al minuto, di studiare quando gli altri escono, di rinunciare al tempo libero per riuscire a stare dietro a tutto. Nonostante questo, però, sono sempre riuscita a mantenere voti alti e a laurearmi nei tempi, a dimostrazione che la forza di volontà fa davvero tanto.
E improvvisamente, tutte quelle estati che avevo quasi “odiato” hanno iniziato ad avere senso: lì ho capito una cosa importante, cioè che quei lavori non erano tempo perso bensì allenamento. Mi avevano insegnato a stare nel mondo reale, a gestire lo stress, a relazionarmi con le persone, a prendermi responsabilità, tutte cose che nessun esame universitario, da solo, può davvero insegnarti fino in fondo.
E forse, se tornassi indietro, continuerei a lamentarmi in quei momenti, continuerei a guardare le storie degli altri con un po’ di invidia, ma oggi so che quelle esperienze hanno fatto la differenza.
Il lavoro durante l’università è, dunque, un obbligo?
No, è un vantaggio, ma facciamo chiarezza:
- Non è obbligatorio lavorare durante gli studi: se la tua famiglia può sostenerti e puoi permetterti di goderti appieno l’università, fallo senza ripensamenti.
- Non sei in ritardo se non hai mai lavorato, anzi sei nella media. Considera che, mentre circa il 25% dei giovani europei lavora durante gli studi, in Italia solo il 6,7% lo fa, dunque questo rappresenta più un’eccezione che la regola, come dimostrano i dati Eurostat.
- Ma, se lavori (per necessità o per scelta), sappi che hai un vantaggio competitivo immenso che spesso non sai nemmeno di avere.
Difatti, il mercato del lavoro oggi non cerca solo “enciclopedie umane”, piuttosto cerca persone che sappiano risolvere problemi. Secondo University of Applied Science Europe, i laureati che hanno svolto attività lavorative durante gli studi hanno molte più probabilità di trovare lavoro dopo la laurea rispetto a chi si è dedicato solo ai libri, poiché dimostra il possesso di soft skills come il lavoro di squadra e la comunicazione, fornisce esperienza nel mondo reale e mostra ai potenziali datori di lavoro che sei una persona proattiva, responsabile e capace di gestire più impegni contemporaneamente.
Dunque:
Lavorare ti insegna:
- Soft Skills
- Esperienza nel mondo reale
- Capacità di gestire più impegni
Senza lavoro puoi:
- Focalizzarti 100% sullo studio
- Goderti appieno l’università
- Recuperare dopo con il nostro metodo
Le 7 competenze “invisibili” che alleni lavorando durante l’università
Quando serviamo ai tavoli, gestiamo un front-desk o facciamo ripetizioni, non stiamo solo scambiando tempo per denaro, stiamo costruendo un arsenale di Soft Skills che il mercato del 2026 mette in cima alle priorità.
L’importanza delle soft skills è certificata dai numeri, come afferma StartUp Italia:
- Nei profili High-Level pesano tra il 34% e il 50% del totale;
- Nelle professioni non qualificate arrivano a incidere per il 58%;
- Per quanto riguarda artigiani e operai, esse rappresentano circa un quarto delle abilità necessarie.
Insieme alla padronanza tecnica di dati e AI, il mercato cerca, difatti, disperatamente quell’umanità che nessun algoritmo è ancora in grado di sostituire.
Come mostrato da un recente articolo di LianeCare e UpLevel le 7 competenze che i recruiter cercano e che tu, probabilmente, stai già allenando senza saperlo sono:
01
Intelligenza Emotiva
È la capacità di capire cosa provi tu e cosa prova chi hai davanti: se hai mai dovuto calmare un cliente irritato o gestire un collega di turno in una giornata “no”, hai fatto pratica di intelligenza emotiva. In azienda serve a gestire conflitti e costruire relazioni solide, le imprese cercano proprio persone che mantengano l’equilibrio anche sotto pressione.
02
Problem Solving
Nel 2026 il lavoro richiede di saper affrontare situazioni nuove senza andare nel panico: se al bar finisce il caffè proprio nell’ora di punta e tu trovi una soluzione rapida, stai facendo problem solving. Significa analizzare il problema, decidere in fretta e agire.
03
Adattabilità e flessibilità
Il mercato cambia, le tecnologie pure: se passi dai libri di testo al turno in cassa, o se impari a usare un nuovo gestionale in negozio in due giorni, stai dimostrando apertura al cambiamento. È la skill che ti permette di sopravvivere in contesti dinamici.
04
Comunicazione efficace
Comunicare bene non significa solo parlare, ma saper ascoltare attivamente: se sai spiegare un prodotto a un cliente o trasmettere informazioni chiare al tuo responsabile di turno, sei a metà dell’opera. Questa skill è vitale, specialmente oggi che molti team lavorano da remoto e ogni parola scritta o detta pesa il doppio.
05
Capacità di collaborazione
Il lavoro oggi è un gioco di squadra multidisciplinare: lavorare in gruppo, condividere le info e supportare i colleghi quando sono in difficoltà aumenta la produttività di tutti. Se hai mai coperto il turno di un amico o collaborato per chiudere la cassa più velocemente, sai di cosa parlo.
06
Gestione dello stress e resilienza
Mantenere la lucidità nelle situazioni difficili è un superpotere: studiare e lavorare contemporaneamente rappresenta una sfida di equilibrio tra vita privata e doveri.
07
Pensiero critico
Significa non prendere tutto per oro colato, valutare i dati e identificare i rischi prima di proporre una soluzione innovativa. È fondamentale per prendere decisioni consapevoli in scenari incerti. Se durante i tuoi progetti universitari o al lavoro ti sei chiesto “perché facciamo così? C’è un modo migliore?”, stai usando il pensiero critico.
Il metodo “Skill Translation”
C’è però un passaggio fondamentale che fa davvero la differenza: saper tradurre quello che hai fatto in quello che hai imparato. Non basta dire “ho lavorato come commessa” o “ho fatto il cameriere”, quello che interessa davvero a un recruiter è capire quali competenze hai sviluppato grazie a quell’esperienza e come queste possono essere utili nel lavoro per cui ti stai candidando. È qui che entra in gioco quello che io chiamo il metodo: Skill Translation, con cui trasformi ogni esperienza in valore.
Nel CV
- Quello che scrive un neolaureato medio: Vendita di vestiti e assistenza clienti.
- Quello che puoi scrivere tu: Gestione del front-office e relazione con il cliente, organizzazione e ottimizzazione del magazzino, raggiungimento di obiettivi di vendita mensili, gestione e risoluzione tempestiva delle problematiche dei clienti.
Vedi la differenza? Non hai cambiato il lavoro… hai cambiato il modo di raccontarlo.
AL COLLOQUIO:
Quando ti fanno una domanda, non devi limitarti a rispondere in modo generico. Devi collegare la tua esperienza a una competenza concreta.
Recruiter: “Come gestisci le scadenze e la pressione?”
Tu: “Durante l’università ho lavorato part-time come addetta alle vendite per circa 20 ore a settimana. Questo mi ha costretta a sviluppare una forte capacità di organizzazione e gestione delle priorità: dovevo conciliare studio, esami e lavoro, mantenendo comunque un alto livello di attenzione verso il cliente anche nei momenti più stressanti.”
Questa risposta fa una cosa fondamentale, non dimostra solo cosa hai fatto, ma soprattutto chi sei diventato grazie a quell’esperienza ed è esattamente questo che le aziende vogliono capire.
La tua Mini-Checklist

Prima di inviare la prossima candidatura, fermati un attimo e chiediti:
- Ho inserito il mio lavoro “non coerente” evidenziando almeno 3 – delle 7 – soft skills reali che ho sviluppato?
- Ho collegato queste competenze a ciò che l’azienda sta cercando nell’annuncio?
- Sto raccontando la mia esperienza con sicurezza, senza sminuirla o farla sembrare “poco importante”?
- Ho trasformato le mie attività in valore – non cosa facevo, ma cosa ho imparato – ?
E se non hai mai lavorato?
Non fa nulla, non devi sentirti inferiore: se il tuo CV è “vuoto” di esperienze lavorative, riempilo con il tuo “Capitale Universitario”, consulta il nostro articolo “Le 7 superpotenze che l’università ti insegna” per farlo al meglio!
Il tuo percorso è unico
Non permettere a nessuno (e soprattutto a te stessa/o) di sminuire quello che stai facendo: che tu stia servendo tavoli o studiando 12 ore al giorno in aula studio, stai costruendo la tua strada.
Il mercato del lavoro non è una linea retta, è un mosaico: quel lavoretto estivo che ti sembrava inutile potrebbe essere proprio il tassello che completa l’immagine del professionista che diventerai.
“L’università ti dà le basi, ma è il mondo che ti insegna a usarle.”
Costruisci il tuo valore, un tassello alla volta.
“Grazie per aver letto fin qui. Ricorda: Non tenerti tutto dentro!
Un abbraccio, Paola 🙂
UNI-VERSO LAVORO • Catania 2026
